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Cultura

Lo sport affiancato alla terapia cognitivo comportamentale nel trattamento della depressione

La depressione è la prima causa di disabilità al mondo, è il motivo principale di assenza sul posto di lavoro, nonché uno delle cause maggiori di calo della produttività lavorativa. Questa psicopatologia ha un impatto economico notevole non solo a livello individuale, per quanto riguarda l’assenteismo e lo scarso rendimento, ma anche a livello mondiale: è di circa mille miliardi di dollari all’anno. Nonostante la sua ampia diffusione, la depressione viene spesso sottostimata, non viene vista come una malattia, ma piuttosto come un “momento di debolezza passeggero”. Tra la depressione e la tristezza esistono delle importanti differenze che, soprattutto in ambito clinico, devono essere accolte e prese in considerazione. Gli studi più recenti spiegano l’importanza di affiancare l’attività fisica alla terapia cognitivo comportamentale per il trattamento della depressione. Lo sport promuove infatti il rilascio di due importanti tipi di neuromediatori: l’acetilcolina e le endorfine; queste ultime sono le molecole che...
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Sport per migliorare l’umore: mito o realtà?

L’interesse degli psicologi per i benefici che l’esercizio fisico può portare al benessere psicologico delle persone ha avuto origine alla fine dell’800. Tale interesse è cresciuto negli anni, arrivando al suo culmine negli anni ’70, quando grazie alla moda della fitness si è assistito ad un vero e proprio fiorire delle ricerche in questo campo. La Psicologia dell’esercizio (Exercise Psychology) è focalizzata sui contributi che l’attività fisica può portare alla nostra psiche, e si distingue dalla più popolare Psicologia dello sport, focalizzata invece sui contributi che le scienze psicologiche possono dare all’incremento o al recupero di una performance sportiva ottimale. Nell’ambito della Psicologia dell’esercizio sono ormai numerose le ricerche che dimostrano effetti sostanziali dell’esercizio fisico sulla sintomatologia dei disturbi psicologici più comuni: vale a dire l’ansia e la depressione. Allenarsi con costanza e senza sforzi eccessivi sembra essere un grande alleato nella lotta contro la depressione e un potente fattore...
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Falsi ricordi: gli inganni della nostra memoria

L’atto del ricordo è uno dei meccanismi più importanti e affascinanti della nostra mente. Senza il ricordo verrebbe meno il nostro essere umani, la nostra identità, il nostro esistere. La memoria infatti è multifunzionale, collegata a tutte le nostre attività quotidiane e a tutte le altre abilità cognitive che possediamo. Il suo ruolo evolutivo è evidente: senza di essa non saremmo stati in grado di sopravvivere, di riconoscere il cibo velenoso da quello commestibile, di tramandare conoscenze e tradizioni. Ma questo non è un meccanismo perfetto: nessuno di noi è in grado di ricordare un evento in maniera esatta, come fosse un video o una fotografia. Basti pensare ai racconti che vengono tramandati oralmente attraverso le generazioni: la versione originale è sempre molto diversa da quella attuale. La nostra memoria è infatti estremamente malleabile e soggetta a numerose distorsioni: segue infatti un percorso ricostruttivo piuttosto che riproduttivo. Ciò che ricordiamo...
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Editoriale del prof. Michielin sulla legge sulla responsabilità professionale

Prof. Paolo Michielin Dipartimento di Psicologia Generale, Università di Padova Il prof. Michielin è stato il primo presidente nazionale dell’ordine degli psicologi, ha rivestito varie cariche apicali nella gestione della sua ASL di residenza e attualmente insegna nella Scuola di Psicologia dell’Università di Padova.   La proposta di legge sulla Responsabilità professionale del personale sanitario, approvata dalla Camera dei Deputati il 28 gennaio scorso, è stata trasmessa al Senato per la definitiva approvazione e la successiva promulgazione. La legge avrà una grande ricaduta sull’esercizio dell’attività psicoterapeutica e fissa degli impegni e delle scadenze a cui la nostra comunità scientifico-professionale deve farsi trovare pronta.   L’articolo 6 della proposta di legge modifica il Codice Penale nelle parti che riguardano l’omicidio colposo e le lesioni personali colpose (articoli 589 e 590), stabilendo che: “L’esercente la professione sanitaria che, nello svolgimento della propria attività, cagiona a causa di imperizia la morte o la...
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Mindful eating – mangiare con consapevolezza

“Hai notato i biscotti di stamattina vero? Lo sapevo che avevi troppa voglia di mangiare quelli del forno di Anna!” “I biscotti del forno sotto casa di mia nonna? Ma dai! Non me ne sono neanche accorto tanto ero di fretta” “Ma come? Sono i tuoi preferiti! Li avevo comprati apposta per farti un regalo” “Mi spiace davvero, ero già con la testa in ufficio!”   Avete mai avuto una conversazione del genere? Vi capita mai di non sentire nemmeno più il sapore di quello che mangiate e che avete in bocca perché la vostra mente è impegnata ad occuparsi di quello che vi capiterà tra qualche ora? La nostra quotidianità sta drammaticamente diventando sempre più frenetica e piena di impegni, facciamo sempre più fatica a prestare attenzione a quello che ci capita nel presente. Siamo sempre più allenati a fantasticare, o più spesso rimuginare, su aspettative e problemi futuri...
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Accendi un diavolo in me – l’effetto Lucifero

L’esperimento carcerario di Stanford   Era il 1971 quando Philip Zimbardo si interessò ai meccanismi innescati dalla detenzione sulla psicologia degli individui, e decise pertanto di ricreare un carcere nei locali sotterranei della Jordan Hall dell’Università di Stanford, per dare vita ad uno degli esperimenti più noti della storia del Secolo scorso: lo Stanford Prison Experiment (SPE). L’obiettivo era quello di distinguere ciò che la gente porta in una situazione di detenzione da ciò che la situazione tira fuori dalla gente coinvolta, ovvero distinguere le responsabilità e le attitudini personali dalle responsabilità che crea la situazione e che sono estranee alle disposizioni personali. Craig Haney, uno dei ricercatori coinvolti, definì così l’esperimento: “Mettere delle brave persone in una brutta situazione per vedere chi o che cosa ha la meglio.” , Zimbardo [2008]. Essenziale era quindi ricreare una prigione e il suo caratteristico ambiente psicologico in un luogo controllato dai ricercatori,...
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“Mi seppellite al cimitero?” Lo strano caso della sindrome di Cotard

La signora L., una filippina di 53 anni è stata ricoverata in psichiatria dopo che la sua famiglia ha chiamato il pronto soccorso. Un parente chiedeva aiuto perché la signora si lamentava di essere morta, di sentire odore di carne putrescente ed esprimeva il desiderio di essere portata in un cimitero in maniera da poter stare con altri morti (Ruminjo & Mekinulov, 2008). Dopo un mese la paziente fu rilasciata con grandi miglioramenti. La sindrome di Cotard è una condizione rara che è stata descritta per la prima volta dal dott. Jules Cotard, un neurologo francese, nel 1880 con il nome di delirio di negazione. I deliri tipici di questa sindrome partono dalla convinzione – difesa con certezza – di aver perso alcuni organi, il proprio sangue oppure intere parti del proprio corpo fino all’idea di essere morto, di aver perduto l’anima o addirittura di non esistere. Uno dei problemi che nascono...
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Video: vivere con la depressione

  Matthew Johnstone, illustratore, si sveglia il 12 settembre 2001 nel suo appartamento di New York con la convinzione di non poter cambiare la sua vita. Ha iniziato a soffrire di depressione prima dei trent’anni. C’erano periodi bui e periodi migliori, la depressione è così; episodica. Quello che Matthew realizzò quel 12 settembre è che stava sopravvivendo, non stava vivendo. Andava avanti trascinandosi dietro un grande peso – il suo cane nero – che non solo gli impediva di vivere la sua vita ma era anche molto faticoso da tenere nascosto, fingendo che andasse tutto bene. Allora decise di scrivere un breve libro illustrato per mostrare cosa significhi vivere con la depressione e da quel libro l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tratto questo breve video.

5 consigli per essere genitori migliori

1. Sii coerente I bambini hanno bisogno di coerenza! Creare un ambiente dove tuo figlio sa cosa aspettarsi può insegnargli ad avere fiducia e rispetto per l’autorità dei genitori. Ad esempio, le minacce a vuoto hanno il potenziale per creare una situazione nella quale il bambino non prenda sul serio l’accenno alle conseguenze di un’azione riprovevole. Se dici che gli toglierai i videogiochi per una settimana e poi sei costretto a farlo, tieni duro per tutta la settimana. È di estrema importanza, inoltre, la coerenza tra entrambi i genitori: non si può pensare di crescere un bimbo con direttive differenti e aspettarsi che si comporti bene e come vogliamo noi! Immagina che al lavoro un tuo superiore di dica di fare una cosa in un certo modo e poi un altro superiore ti rimproveri per come hai svolto il lavoro e avanti così. Ti è mai capitato? Non è né...
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