• Disturbo post traumatico - PTSD

Il disturbo post traumatico da stress

 

In cosa consiste il disturbo post traumatico da stress?

 

Affinché si possa parlare di disturbo post traumatico da stress devono essere presenti alcuni elementi caratteristici. Questi comprendono:

 

  • esposizione ad uno o più eventi di carattere traumatico vissuti in prima persona o indirettamente;
  • presenza di sintomi intrusivi riferiti all’evento (es. ricordi, sogni, flashback);
  • tentativi di evitamento nei confronti di situazioni, persone, luoghi o altro che possa rievocare l’esperienza traumatica;
  • alterazioni negative di pensieri ed emozioni (es. stato emotivo negativo persistente, perdita di interesse per attività significative, senso di distacco dagli altri);
  • marcata reattività (es. irritabilità, ipervigilanza, esagerate risposte di soprassalto, difficoltà di concentrazione, difficoltà di sonno).

L’attuale classificazione dei disturbi mentali proposta dall’American Psychiatric Association considera il disturbo post traumatico da stress (PTSD) come parte di una specifica categoria di disturbi clinici che prende il nome di ‘disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti‘. Come suggerisce il termine, fanno parte di questa categoria tutte quelle condizioni che originano dall’esposizione ad un evento traumatico o stressante. Storicamente il disturbo post traumatico da stress veniva considerato un disturbo dissociativo per via del meccanismo per cui si sviluppa. La dissociazione è considerata un ‘sistema di sicurezza’, un po’ come la valvola della pentola a pressione, che qualora l’esperienza soggettiva diventi intollerabile viene meno l’integrazione di alcuni processi cognitivi (ad es., la memoria, la percezione del dolore, l’emotività) in maniera da rendere l’esperienza meno dolorosa.

 

Quando un’esperienza può essere definita traumatica?

A definire il potenziale stressante di un evento concorrono in genere almeno due elementi: la valutazione della pericolosità associata all’evento e la stima delle capacità per farvi fronte in modo efficace e senza riportare danni. Si tratta pertanto di aspetti soggettivi, cioè legati ad una ricognizione operata dalla persona e in parte indipendente dalle carattestiche oggettive dell’evento. Esistono tuttavia situazioni e fatti la cui drammaticità non dipende dalla soggettività della persona. Di fronte a questi eventi le differenze individuali nel modo di percepire e le capacità di fronteggiamento personali si appianano lasciando spazio ad un forte senso di paura e di impotenza. Per fare un esempio, la fine di una relazione sentimentale toccherebbe chiunque ma difficilmente porterebbe la persona ad una profonda e duratura destabilizzazione. Allo stesso modo, la perdita di una persona cara può talvolta portare a depressione o ad altre tipologie di problemi, ma il più delle volte, dopo un periodo in cui la persona sperimenta sentimenti di tristezza e sconforto, essa riacquista lentamente il suo assetto originario, elaborando il lutto e riprendendo a funzionare correttamente. Simili considerazioni non valgono invece per esperienze terribili come l’abuso sessuale, la morte improvvisa di persone care in un incidente automobilistico, l’orrore della guerra, e il disassestamento esistenziale legato alle grandi catastrofi naturali. Tutte queste situazioni rappresentano serie minacce alla propria integrità psicofisica. Esse scuotono l’individuo nel profondo, stravolgendone le certezze, disperdendone i valori, e calpestando il senso di sicurezza, di controllo e padronanza sulla propria vita e sui propri obiettivi. È proprio in riferimento ad eventi negativi abnormi, riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli individui come profondamente destabilizzanti, che si può parlare di trauma.

 

Quali fattori determinano la traumaticità di un evento e la sua capacità di indurre reazioni psicopatologiche?

Per quanto non esaustivi, possiamo considerare almeno i seguenti fattori:

  • il carattere improvviso
  • l’elevata intensità
  • la pericolosità e minacciosità
  • l’imprevedibilità e l’incontrollabilità
  • il disagio o danno conseguente
  • la valutazione soggettiva

 

disturbo post traumatico da stress - PTSD

Alcuni eventi sono oggettivamente traumatici, per altri è più difficile tracciare un confine netto.

 

Come riconoscere il disturbo post traumatico da stress?

Saper cogliere i segni di questa condizione clinica non è semplice. Molti sintomi sono infatti comuni ad altre sindromi e pertanto, pur essendo evidente lo stato di malessere dell’individuo e il cambiamento rispetto alle condizioni premorbose, alcuni sintomi possono essere facilmente scambiati come segno di altre psicopatologie. Esiste inoltre una certa variabilità tra le manifestazioni del disturbo post traumatico da stress. In alcuni individui possono essere predominanti ansia e paura; in altri le caratteristiche cliniche più evidenti e disturbanti possono riguardare la perdita d’interesse per attività prima considerate piacevoli (anedonia) e l’abbassamento dell’umore (disforia), oppure aggressività e stati di alterazione della coscienza, della memoria o dell’identità (dissociazione). Per questa ragione è opportuno rivolgersi a personale altamente specializzato che sappia valutare attraverso una varietà di strumenti l’effettiva sussistenza dei criteri necessari alla diagnosi e le caratteristiche peculiari del singolo caso.

 

Quando esordisce il disturbo post traumatico da stress?

L’esordio del disturbo post traumatico da stress può di fatto avvenire a qualsiasi età, dal momento che in ogni momento della vita un individuo può trovarsi ad essere coinvolto in eventi particolarmente traumatici e nessuna fascia d’età è immune dagli effetti negativi di questi ultimi. Ciò che può variare è certamente la tipologia di eventi ai quali le diverse fasce d’età risultano più esposte e ai quali sono più vulnerabili, l’espressione clinica dei sintomi e i fattori in grado di esacerbarli o alleviarli. Nei bambini, ad esempio, i ricordi spiacevoli e ricorrenti possono esprimersi attraverso forme di gioco più o meno simboliche; nelle persone anziane il senso di abbandono e l’isolamento, insieme alla progressiva perdita di funzionalità fisica e cognitiva, può portare ad un peggioramento della sintomatologia, a percezioni negative circa la propria salute, ad un significativo abbassamento dell’umore e ad ideazione suicidaria. I sintomi insorgono in genere nei primi tre mesi dopo il trauma, ma ci sono casi con esordio ritardato in possono trascorrere alcuni mesi e addirittura anni prima che tutti i criteri diagnostici risultino pienamente soddisfatti.

 

Quali sono i fattori di rischio?

Le categorie di persone a maggiore rischio per lo sviluppo di questa condizione comprendono gli operatori delle forze dell’ordine e delle forze armate, soccorritori (es. vigili del fuoco e personale medico d’emergenza), civili coinvolti in guerre, vittime di aggressione fisica e sessuale, vittime di attacchi terroristici, vittime di tortura o prigionia militare, e vittime di disastri naturali o provocati dall’uomo. Occorre inoltre considerare che gli eventi spesso non sono indipendenti dalla personalità. Esistono infatti persone più propense a ricercare il rischio, anche all’interno di professioni già di per sè molto rischiose, e persone che mostrano una bassa tolleranza allo stress.   Un altro aspetto cruciale è l’ambiente sociale circostante e il fatto di poter contare sul supporto degli altri. Anche la cultura di appartenenza e i significati che essa attribuisce a determinati eventi giocano un ruolo fondamentale. In talune culture, per esempio, la colpa di una violenza sessuale viene spesso attribuita alla persona che la subisce (in genere donne, in quanto più facilmente soggette a violenze rispetto agli uomini), e vissuta dalla famiglia come disonorevole. Simili pressioni sociali possono così aumentare il carico di stress esacerbando il dolore per una situazione già di per sé difficile.

 

Cosa accade nel nostro cervello?

I meccanismi neurochimici e psicofisiologici del disturbo hanno a che vedere con una maggiore reattività del sistema noradrenergico a livello di un complesso noto come sistema limbico e in altre aree cerebrali. Anche il rilascio di dopamina in molte aree del cervello sembra aumentato, specialmente in regioni frontali importanti per lo svolgimento delle funzioni mnestiche e attentive. Questi cambiamenti hanno un ruolo importante nel determinare le risposte di ipervigilanza, le eccessive risposte di allarme, la facilitazione delle risposte di “attacco o fuga” e le difficoltà di memoria e attenzione che spesso si osservano nelle persone che soffrono di questo disturbo. È stato inoltre osservato come le dimensioni dell’ippocampo destro tendano ad essere ridotte negli individui con disturbo post traumatico da stress, ma ancora non è chiaro se questi cambiamenti siano una conseguenza oppure un fattore preesistente e predisponente al disturbo.

 

Tre buone ragioni per non aspettare a chiedere aiuto

La prima

I sintomi possono cronicizzarsi ed anche nel caso in cui il decorso naturale del disturbo porti ad una loro progressiva riduzione questa può impiegare tempi molto lunghi, con il rischio di sviluppare altri problemi e complicanze di carattere psicologico.

La seconda

La compromissione cui porta il disturbo può essere piuttosto severa e altamente invalidante, in quanto coinvolge tutti i principali livelli di funzionamento della persona. La persona può così ritrovarsi impossibilitata a svolgere il proprio lavoro e non riuscire ad instaurare relazioni efficaci con gli altri. Possono inoltre essere presenti seri rischi suicidari.

La terza

Esistono trattamenti di efficacia dimostrata che offrono alla persona alte probabilità di risoluzione dei sintomi e un ritorno a buoni livelli di funzionamento personale in tempi ragionevoli, che dipendono dalla gravità del disturbo e da una serie di fattori ostacolanti e facilitanti.

 

Come si può trattare il disturbo post traumatico da stress?

Le due terapia maggiormente supportate dalla ricerca scientifica e raccomandate dalle linee guida dei maggiori organismi internazionali sono la terapia cognitiva comportamentale focalizzata sul trauma (Trauma-Focused Cognitive Behavior Therapy) e la EMDR (Eye Movement Desentization and Reprocessing). Entrambe queste tecniche vengono utilizzate dai terapeuti di ITC.

La terapia cognitiva e comportamentale focalizzata sul trauma è un protocollo sviluppato apposta per il trattamento del disturbo post traumatico da stress che consiste nella combinazione di metodi che permettono di gestire lo stress, l’ansia e altri sintomi del disturbo attraverso tecniche comportamentali e un lavoro di ristrutturazione cognitiva. Il pilastro centrale dell’intervento è rappresentato dal confronto con le situazioni temute, che avviene attraverso tecniche espositive durante le quali la persona viene gradualmente introdotta nelle situazioni oggetto di stress. Il tutto può avvenire attraverso sedute immaginative oppure in vivo, cioè calando la persona in situazioni reali, ovviamente solo qualora queste siano possibili e non comportino rischi per la persona e il terapeuta.

La EMDR è un sistema sviluppato da una terapeuta americana e di provata efficacia che ricalca alcune parti della terapia cognitiva e comportamentale e per altri se ne discosta. L’ipotesi iniziale era che tramite l’induzione di movimenti oculari con particolari ritmi intervallati a parti in cui il paziente riportava parti del trauma, si riuscisse a ‘riprogrammare’ circuiti dissociati della memoria traumatica. Purtroppo la ricerca ha ripetutamente smentito queste e altre teorie sul funzionamento di questa tecnica.

Il trattamento farmacologico è consigliabile solo per la gestione dei sintomi, quali ad esempio insonnia e agitazione. Difatti il farmaco in questo caso ha il ruolo dell’antidolorifico, non fa sentire il problema ma non per questo lo risolve.

A supportare l’impiego di questi metodi sono le numerose prove di efficacia raccolte negli anni dalle ricerche in ambito psicologico, che ascrivono la terapia cognitiva e comportamentale nell’insieme dei trattamenti elettivi per il disturbo da stress post-traumatico.