Disforia di genere

La disforia di genere

L’attualità cinematografica e politica di queste settimane può rendere interessante portare l’attenzione su uno dei tanti cambiamenti che la quinta edizione del DSM ha apportato rispetto alla precedente. Mi riferisco alla disforia di genere, che costituisce una nuova classe diagnostica introdotta nel DSM-5, a sostituire e modificare il Disturbo dell’identità di genere.

Il senso della modifica è trasparente: non si pone più l’accento né sull’attrazione per individui del proprio stesso genere, né sulla mancata identificazione col proprio genere, ma sulla disforia connessa al fenomeno dell’incongruenza di genere, ossia alla sofferenza e al disagio affettivo e cognitivo di chi appartenere ad un genere mentre vorrebbe appartenere all’altro. Non tutti gli individui in condizioni di incongruenza presentano disforia, ma molti soffrono se non riescono ad ottenere gli interventi fisici desiderati attraverso trattamenti ormonali e chirurgici. Ci si potrebbe chiedere se sia una buona cosa che un simile problema venga etichettato come disturbo mentale e collocato nelle classificazioni psichiatriche. I fautori di questa introduzione fanno osservare che più che stigmatizzare, protegge gli interessati. Infatti in molti casi il problema esce dalla sfera privata per diventare d’interesse sanitario, amministrativo e legale. L’introduzione di tale categoria diagnostica potrebbe favorire l’accesso ai servizi sanitari e tutele che si sarebbero perse, in alcuni paesi, con la cancellazione del disturbo dell’identità di genere. Si pensi pure ai problemi di individui con anomalie cromosomiche e disturbi legati allo sviluppo sessuale.

Vale la pena di osservare come tutte le problematiche relative alla sessualità siano soggette al fenomeno del ‘relativismo culturale’ e varino rapidamente in rapporto alle modifiche culturali, politiche, religiose, ecc. delle varie epoche. Non si prenda perciò la classificazione odierna come immutabile, ma come uno degli stadi di un lungo cammino di emancipazione dai pregiudizi omofobici dell’ottocento. La prevalenza è bassa, inferiore a 1 su 10.000, ed è maggiore negli adulti nati maschi piuttosto che femmine.

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