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Sport e disturbi dell’alimentazione (Parte 1) – le pressioni ambientali

In ambito sportivo la cura del proprio fisico e l’estetica rappresentano un aspetto rilevante in quanto ritenuti fattori determinanti per la qualità della performance. In tale ambito le diete e il rigoroso controllo di apporto calorico, così come il costante monitoraggio del peso e della forma fisica, vengono incoraggiati e ritenuti indicativi del livello di dedizione e impegno dell’atleta. Negli ambienti sportivi, infatti, agli atleti viene solitamente suggerito come comportarsi in varie aree della loro vita, non ultimo il regime alimentare da tenere. Sotto l’insieme di tali spinte l’individuo può iperinvestire nel controllo della forma e del peso dando inizio ad un processo che, complici una serie di fattori individuali e contestuali, può sfociare in un vero e proprio disturbo. Non è un caso infatti che spesso si senta parlare di alcuni sport in termini di contesti favorevoli allo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare, vale a dire quella particolare categoria di disturbi che si caratterizza per la presenza di comportamenti alimentari disfunzionali e per un rapporto problematico con il cibo e il proprio corpo. I tassi di prevalenza delle sindromi più note (anoressia e bulimia nervosa) all’interno delle popolazioni di sportivi sembrano infatti leggermente superiori rispetto alla popolazione generale (Greenleaf, Petrie, Carter, & Reel, 2009; Johnson, Powers, & Dick, 1999; Petrie, Greenleaf, Reel, & Carter, 2008; Sundgot-Borgen & Torsveit, 2004).

In linea di massima, possiamo identificare 3 principali forme di pressione ambientale, la cui intensità può dipendere dalle caratteristiche del contesto sportivo (parte 2).

 

 

Pesarsi continuamente

Il pesarsi continuamente è una pratica piuttosto comune in chi si allena. Alcuni si allenano per perdere peso, altri perdono peso per massimizzare la propria performance. Tuttavia non è detto che la perdita di peso sia sempre l’obiettivo principale. In determinati sport (come il football americano o il rugby) è auspicabile che l’atleta aumenti di peso. L’abitudine a pesarsi o ad ‘essere pesati’ rappresenta un elemento di forte sensibilizzazione per le persone, specialmente quando viene svolto in presenza di altri, ad esempio di fronte compagni di squadra.

 

 

Il mito del fisico ideale

Spesso la magrezza e l’assenza di grasso corporeo viene scambiata per ‘forma fisica ottimale’ ed è quindi vista erroneamente, da allenatori e altro personale, come indicatore o fattore legato al successo sportivo. Inoltre il senso comune e gli esperti (tra cui allenatori, giudici di gara, spettatori, giornalisti sportivi) associano ai differenti tipi di sport determinate tipologie di corporatura e qualità fisiche. Ne sono un esempio l’altezza e magrezza per i giocatori di pallacanestro e la robustezza per i rugbisti. La spinta a conformarsi a ideali di corporatura sportiva può portare gli atleti a sviluppare abitudini alimentari caratterizzate da un inadeguato apporto di sostanze nutritive, o ad un eccessivo allenamento. Ciò può essere alla base di un progressivo affaticamento e indebolimento della persona, con conseguente riduzione della performance. Un elemento importante è anche il cosiddetto paradosso dell’immagine corporea, che si ha quando lo stereotipo di corpo ideale in ambito sportivo non combacia con lo stereotipo di corpo ideale che deriva dall’ambiente sociale di provenienza. In questo caso, la tendenza a conformarsi all’ideale di corporatura sportiva fa sì che la persona entri in conflitto con un secondo ideale di corporatura, e che si ritrovi inevitabilmente ad essere insoddisfatta per la forma del proprio corpo. Talvolta il tipo di allenamento stesso che è richiesto dalla disciplina sportiva fa sì che la persona sviluppi tratti fisici particolarmente marcati, rendendo l’atleta tipicamente identificabile come membro di quella comunità sportiva e difforme dall’ideale di corporatura proposto in altri ambienti. Un esempio di questo è dato dall’irrobustimento muscolare delle spalle nelle nuotatrici. In questo senso più la persona si allena per ottenere performance migliori, più il suo corpo subisce trasformazioni che la rendono vittima di stereotipizzazioni.

 

Le divise

Divise eccessivamente aderenti e ‘minimali’ possono far si che gli atleti si sentano osservati e giudicati rispetto alle proprie forme. Questo può generare un forte senso di vergogna e insoddisfazione in chi ha già sviluppato una certa sensibilità a temi riguardanti l’appropriatezza del proprio corpo. In questo sono ancora una volta le donne ad essere protagoniste più degli uomini. Spesso infatti le divise femminili sembrano valorizzare più le curve che il comfort, e prediligere più il gradimento degli spettatori piuttosto che i vantaggi funzionali per la perfomance.

Enrico Razzetti

Chiara Mazzoni

 

 Bibliografia

  • Greenleaf, C., Petrie, T. A., Carter, J., & Reel, J. J. (2009). Female collegiate athletes: prevalence of eating disorders and disordered eating behaviors. Journal of American College Health, 57(5), 489-496.
  • Johnson, C., Powers, P. S., & Dick, R. (1999). Athletes and eating disorders: the National Collegiate Athletic Association study. International Journal of Eating Disorders, 26(2), 179-188.
  • Petrie, T. A., Greenleaf, C., Reel, J., & Carter, J. (2008). Prevalence of eating disorders and disordered eating behaviors among male collegiate athletes. Psychology of Men & Masculinity, 9(4), 267.
  • Sundgot-Borgen, J., & Torstveit, M. K. (2004). Prevalence of eating disorders in elite athletes is higher than in the general population. Clinical Journal of Sport Medicine, 14(1), 25-32.

 

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