Oltre l’etichetta: Protocollo Unificato di Barlow e Analisi Funzionale di Törneke, due lenti per guardare i disturbi emotivi

La comorbilità è la regola, non l’eccezione. Di fronte a pazienti complessi, l’etichetta diagnostica non basta più. Due approcci transdiagnostici, UP e Analisi Funzionale ci insegnano a guardare ai meccanismi comuni. Ma come si integrano nel nostro studio di terapia?
Quante volte, come clinici, ci siamo trovati di fronte a un paziente la cui sofferenza straborda dai confini di un’unica diagnosi del DSM? La realtà della nostra pratica è fatta di ansia che si maschera da depressione, di panico che si intreccia con la ruminazione, di quadri clinici complessi che ci
ricordano costantemente una verità: la comorbilità è la regola, non l’eccezione (Fried & Nesse, 2015).
Questa consapevolezza, che matura ogni giorno nelle nostre stanze di terapia, ha spinto la ricerca a una svolta importante: lo sviluppo di approcci transdiagnostici. L’idea è tanto semplice quanto potente: invece di inseguire ogni singolo sintomo con un protocollo specifico, perché non intervenire
sui meccanismi psicologici comuni che alimentano la sofferenza?
Nel vasto panorama della CBT, due modelli incarnano questa filosofia: il Protocollo Unificato (UP) di Barlow (2021) e l’Analisi Funzionale contestualista di Törneke (2025). Metterli a confronto non è un esercizio accademico, ma un’esplorazione del futuro della nostra professione. Iniziamo!
Il cuore del problema: Non le emozioni, ma la lotta contro di esse
Il punto di contatto tra questi due modi di fare terapia è una questo concetto clinico: la sofferenza non deriva tanto dall’avere pensieri o emozioni negative, ma dalla lotta estenuante che ingaggiamo contro di esse. All’inizio può sembrare contro-intuitivo però le più recenti evidenze sostengono proprio approcci che incarnan questo concetto.
Il modello dell’UP lo formalizza in tre aspetti (Bullis et al., 2019): si parte da una vulnerabilità a provare emozioni intense (detta “nevroticismo”), si sviluppa una reazione di paura o giudizio verso queste stesse emozioni, e si finisce per mettere in atto ogni sorta di comportamento di evitamento per
non sentirle. L’Analisi Funzionale di Törneke, parlando il linguaggio dell’ACT (inglese “Acceptance Commitment Therapy” un approccio terapeutico della stessa famiglia) descrive lo stesso identico processo con i termini di fusione cognitiva (= credere ai propri pensieri come fossero la realtà) ed evitamento esperienziale (=fare tutto per non sentire la sofferenza). La metafora di Russ Harris (2024), un rappresentante della terapia ACT delle sabbie mobili è perfetta per entrambi: più ci agitiamo per liberarci dal disagio, più sprofondiamo. La prima mossa terapeutica, per entrambi gli approcci, è quindi invitare il paziente a smettere di lottare. Ma come?
Due percorsi per il cambiamento: Allenare abilità o cambiare prospettiva?
È qui che le strade si dividono leggermente, offrendoci due strumenti di trattamento diversi.
Il Protocollo Unificato si presenta come un vero e proprio percorso di allenamento (“top-down”). Attraverso otto moduli strutturati, insegna al paziente a diventare un osservatore più consapevole delle proprie emozioni (mindfulness), un pensatore più flessibile (flessibilità cognitiva) e un attore
più coraggioso di fronte alle proprie paure (esposizione). L’obiettivo è fornire un set di abilità concrete per una migliore regolazione emotiva, con il fine di ridurre l’impatto della sofferenza.
L’Analisi Funzionale, invece, propone un cambio di prospettiva (“bottom-up”). Non c’è un protocollo, ma un processo flessibile che esplora la funzione che il comportamento ha per il singolo paziente. L’obiettivo non è “regolare” le emozioni, ma aumentare la flessibilità psicologica, ovvero la capacità di fare spazio al disagio, e non combatterlo, per poter continuare a muoversi verso ciò che è importante nella vita. Qui, il cambiamento avviene attraverso la defusione (imparare a “fare un passo indietro” dai propri pensieri) e l’analisi di ciò che accade “qui e ora”, nella relazione terapeutica.
Conclusioni: Una cassetta degli attrezzi, non un’unica soluzione
Cosa ci portiamo a casa da questo confronto? Non la scelta di un “vincitore”, ma l’arricchimento della nostra cassetta degli attrezzi. Il Protocollo Unificato ci offre una “mappa” sicura, un percorso validato e ricco di strategie concrete. L’Analisi Funzionale ci fornisce la “bussola” per navigare quella mappa la sensibilità per adattarla all’unicità della persona che abbiamo di fronte.
La vera competenza clinica, forse, non sta nello scegliere un campo, ma nel saperli integrare. Significa usare la struttura di un protocollo per dare sicurezza e direzione, ma mantenere la flessibilità
dell’analisi funzionale per cogliere ciò che accade nel vivo della relazione. La sfida per noi terapeuti è proprio questa: costruire un intervento che onori sia il rigore della scienza sia l’unicità della storia del nostro paziente.
Specializzande:
- Dott.ssa Viviana Corponi
- Dott.ssa Elisa Arena